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Un gruppo di ragazzi, rimasti orfani nell’ultimo conflitto mondiale; un cane, loro amico di avventure, che nessuna catena può tenere prigioniero; un misterioso cappellaio, giunto improvvisamente da chissà dove in via del Paradiso, a movimentare con i suoi incantesimi la vita di quei ragazzi, cui i bombardamenti avevano tolto tutto, tranne la voglia di vivere e sognare.

Quando ho cominciato a scrivere questo racconto, come capita per molti racconti, avevo in mente solo un sentimento vago, un’emozione che non sapevo da dove arrivasse, ma che ha continuato a guidarmi di filato, fin tra i ricordi dell’adolescenza di mio padre, dei suoi racconti di ragazzi che lavoravano al porto, con le truppe alleate, di una città devastata dalle bombe e dalle atrocità che seppe rinascere, letteralmente, dalle sue ceneri, come dopo ognuna della sciagure che l’hanno percossa, nel corso dei secoli.

Dopo anni passati a misurarmi con il foglio bianco, ho sperimentato sulla mia pelle che i racconti arrivano alla fine solo quando la scrittura diventa un processo di disvelamento. Di se stessi, innanzitutto. Si scopre la vicenda, più o meno come la scopre il lettore: via via che essa si dipana. E poi occorre che una narrazione nasca da un grumo emozionale, da un cardine affettivo che polarizza milioni di attimi di vita, di ricordi, del meglio di noi.

Per questo il degno compendio della novella è una frase che il vecchio artigiano dice a Fonzino, il giovanissimo protagonista: «Un cappello è solo un cappello». Ciò che ci è estraneo non può darci la felicità perchè: «Tutto quello che ti serve per essere felice lo porti sempre con te: le mani per lavorare, la testa per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e il cuore per prenderti cura delle persone che ami. Usali e andrà tutto bene.»

Felice è davvero chi, al giusto tempo, ha la fortuna di impararlo