Category Archive:Napolimagia

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Prendi un manipolo di scugnizzi cui bastano delle vecchie casacche da calcio per sentirsi una “squadra”, aggiungi storia a volontà, che trasuda dalle antiche mura di tufo delle case del quartiere, dosa una quantità di pietas, stratificata nei gesti e nei pensieri della gente di questi luoghi. Mescola tutto sul basolato dei vicoli, insieme alla gioia, alla coralità, all’infinita lotta tra il bene e il male, alla cocciutaggine con cui la giovinezza vuole guardare alla vita con occhi stupefatti e creativi.

Il risultato sarà una novella tipicamente surreale, in cui l’odierno si mescola all’antichissimo, il coraggio dei giovani del nostro tempo fa eco a quello di uomini venuti, in tempi remoti, dal Vicino Oriente e dall’Africa, a portare parole di speranza per un mondo nuovo.

Sullo sfondo le meraviglie archeologiche – prime fra tutte le Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso – di un Rione che, come pochi, rappresenta la voglia di riscatto, la straordinaria vivacità culturale, le meraviglie e le contraddizioni di una città eterna.

La magia scorre in questa storia come pioggia di primavera sui tetti, ne percorre ogni rigo, fino al finale coi fuochi d’artificio, raccontato con occhi commossi e, anch’essi, stupefatti.

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Limoncella

maggio 25th, 2014 / / categories: Limoncella, Napolimagia /

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Un lungo sogno: questo è Limoncella. Fefi, un’adolescente dei giorni nostri, suggestionata dalla visita a un museo, dalla visione dei capolavori del Barocco partenopeo e dalla scoperta del ruolo che il Gigante, il Vesuvio, ha avuto nella storia della città, si ritrova improvvisamente nella Napoli del 1631, l’anno della sua più grande eruzione in Epoca Moderna.

Attorno a lei le figure del suo universo affettivo, trasfigurante nell’esperienza onirica e miste a personaggi tipici di quel tempo: popolani, esattori vicereali, soldati spagnoli, lazzari, navigatori, streghe e perfino due principi mori, capitati a Napoli alla fine della Reconquista.

E poi c’è lei, Limoncella, una misteriosa ragazza venuta dal mare, capace con il suo sorriso e con il suo canto di restituire la gioia e l’armonia a chi la ascolta.

Ci vogliono gli occhi pieni di candore di una ragazzina per sfuggire alla grande rimozione collettiva con cui sembra che le ultime generazioni abbiano reagito al pensiero della presenza incombente e della potenza ancestrale del vulcano, a pochi passi da una delle aree più densamente abitate del mondo.

La fase finale della novella ripercorre, con coerenza rispetto alle cronache dell’epoca, quei giorni drammatici, con il popolo in processione, per una volta affratellato ai potenti di fronte alla medesima sciagura.

Nella ricostruzione fantastica, tramite un prodigio, verranno pronunciate, dalla voce di due ragazze, parole di speranza. Ma, anche finito il sogno, il prodigioso farà capolino nel presente, a significare che la magia trova ancora posto nei cuori aperti agli eventi straordinari.

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Un gruppo di ragazzi, rimasti orfani nell’ultimo conflitto mondiale; un cane, loro amico di avventure, che nessuna catena può tenere prigioniero; un misterioso cappellaio, giunto improvvisamente da chissà dove in via del Paradiso, a movimentare con i suoi incantesimi la vita di quei ragazzi, cui i bombardamenti avevano tolto tutto, tranne la voglia di vivere e sognare.

Quando ho cominciato a scrivere questo racconto, come capita per molti racconti, avevo in mente solo un sentimento vago, un’emozione che non sapevo da dove arrivasse, ma che ha continuato a guidarmi di filato, fin tra i ricordi dell’adolescenza di mio padre, dei suoi racconti di ragazzi che lavoravano al porto, con le truppe alleate, di una città devastata dalle bombe e dalle atrocità che seppe rinascere, letteralmente, dalle sue ceneri, come dopo ognuna della sciagure che l’hanno percossa, nel corso dei secoli.

Dopo anni passati a misurarmi con il foglio bianco, ho sperimentato sulla mia pelle che i racconti arrivano alla fine solo quando la scrittura diventa un processo di disvelamento. Di se stessi, innanzitutto. Si scopre la vicenda, più o meno come la scopre il lettore: via via che essa si dipana. E poi occorre che una narrazione nasca da un grumo emozionale, da un cardine affettivo che polarizza milioni di attimi di vita, di ricordi, del meglio di noi.

Per questo il degno compendio della novella è una frase che il vecchio artigiano dice a Fonzino, il giovanissimo protagonista: «Un cappello è solo un cappello». Ciò che ci è estraneo non può darci la felicità perchè: «Tutto quello che ti serve per essere felice lo porti sempre con te: le mani per lavorare, la testa per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e il cuore per prenderti cura delle persone che ami. Usali e andrà tutto bene.»

Felice è davvero chi, al giusto tempo, ha la fortuna di impararlo